L’aria che tira

CERCASI PROGETTO CULTURALE

 

Nessuna riforma dell’educazione può decollare senza la partecipazione attiva e onesta degli insegnanti, disponibili e pronti ad aiutare e a condividere, a offrire conforto e supporto. L’apprendimento in tutta la sua complessità comporta la creazione e la negoziazione dei significati in una cultura più vasta, e l’insegnante è il rappresentante di questa cultura. Non si può creare un curricolo a prova di insegnante, non più di quanto si possa immaginare una famiglia a prova di genitori. E uno dei principali compiti di qualsiasi tentativo di riforma – specialmente del tipo partecipativo che ho brevemente delineato – è quello di convincere gli insegnanti a prender parte al dibattito e a progettare il cambiamento. Perché sono loro in ultima analisi gli artefici del cambiamento. Fu un corpo di insegnanti votati a questo obiettivo che riuscì alla fine ad attuare gli ideali della Rivoluzione francese, con una dedizione durata circa cent’anni”. (J. Bruner, La cultura dell’educazione).

Come si convincono oggi gli insegnanti a prendere parte al dibattito e a progettare il cambiamento? Per rispondere a questa domanda occorrerebbe scavare nelle parole “dibattito” e “cambiamento”. Si tratta di due parole che dovrebbero far parte del corredo professionale permanente di tutti coloro che insegnano. La scuola infatti dovrebbe discutere i processi di innovazione e innovare all’interno di un dibattito permanente. Questo significherebbe, a seguire Bruner, che gli insegnanti sono i veri “artefici del cambiamento”. Ma l’aria che tira, oggi, sembra tutt’altra. Né di innovazione né di discussione sembra esservi traccia. E meno male che c’è Internet per negoziare qualche idea.

Innovazione e dibattito hanno sempre preso il nome di “progetto culturale”, una sorta di oggetto smarrito di cui si sono perse del tutto le tracce. Se si dovesse fare un sondaggio tra gli insegnanti allo scopo di invitarli ad esplicitare il progetto culturale al servizio del quale fanno scuola tutte le mattine, avremmo probabilmente risultati sconfortanti. Tra obbligo di crocifissi, enfasi su condotta e bocciature e un po’ di didattichese sparso qua e là nel politichese dei decreti, è difficile che un insegnante non fornito di solido spessore culturale e robuste letture possa individuare bussole. Persi tra commissioni, pareri, sentenze, misure di varia natura, gli insegnanti chiudono la porta della classe e provano a dire qualcosa di sensato. Equipaggio di una nave che naviga a vista senza una meta. L’unica parola che sembra mettere tutti d’accordo è “competenza”. Ma appena tenti di spacchettarla rischi di trovarci l’aria fritta.

“Non si può creare un curricolo a prova di insegnante”, scrive infatti Bruner. E’ quello il nodo. Un curricolo rappresenta la sensatezza dell’imparare per ogni bambino e ogni ragazzo. Esso germoglia dal tronco di un progetto culturale che un Paese delinea per le nuove generazioni. Che scuola vogliamo? Che ragazzi vogliamo? Che saperi vogliamo? Come fare incontrare il sapere dei ragazzi col sapere della scuola? Quale lingua? Quale scienza? Quale immaginario? Quale razionalità? Vogliamo parlarne? Insomma, diciamola tutta: siamo costretti a celebrare le esequie del progetto culturale sulla scuola della Costituzione oppure alzi la mano chi non ci sta e vuole riappropriarsi del pensiero della scuola sulla scuola?

Io alzo la mano. Contiamoci e (ri)cominciamo. Allons enfants……

04.01.2010

2 commenti

  • By eugenia ciotta, 20 gennaio 2010 @ 08:47

    Anch’io alzo la mano.Da dove partire? Nella giungla del “didattichese” e del “politichese” azioniamo il tamtam per avvistarci,raccoglierci e incamminarci.Ovvero lavorare.e tanto, nelle proprie (?!?) scuole per un confronto leale e intelligente tra colleghi. Tutti, anche i più demotivati e appartentemente indifferenti, soffrono lo smarrimento, ne sono certa.
    DIco : mai scoraggiarsi, mai ritenersi vecchi e stanchi.E’ un alibi per essere lasciati in pace. Sacrosanto desiderio dopo anni di martirio ma si fa il gioco di chi vuole distruggere il mestire più bello del mondo.

  • By paola rocchi, 17 luglio 2010 @ 12:44

    Ringrazio eugenia per l’ottimismo, e la sua limpida conclusione.
    Anche l’articolo è bello e condivisibile, sebbene non risponda alla domanda cruciale che ha posto: “Come si convincono oggi gli insegnanti a prendere parte al dibattito e a progettare il cambiamento?”
    Io da anni provo a fare quello che dice Eugenia, cercare un confronto leale con i colleghi della mia scuola. I risultati però sono piuttosto deludenti, o limitati a poche persone, probabilmente per errori miei.
    Qualcuno ha qualche idea su “Come si convincono oggi gli insegnanti a prendere parte al dibattito e a progettare il cambiamento?”
    Vorrei provarci ancora

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