L’aria che tira
DICESI SPENDIBILITA’
La lingua italiana conosce il verbo “spendere” ed il suo metaforico “spendersi”. In entrambe le accezioni è contenuta l’idea di consumo. Si spende il denaro, lo si “consuma” per avere in cambio qualcosa (ma non è detto), ci si spende, ci si “consuma” per uno scopo, una causa. Si potrebbe dire che chi spende e chi si spende in qualche modo cercano un vantaggio, una contropartita, di carattere materiale o morale. Insomma, trattasi di un verbo il cui significato chiama un interesse, una tensione verso qualcosa.
Da qualche tempo anche il mondo dell’istruzione e della formazione ha assunto nel proprio orizzonte discorsivo quest’area di significati. Le competenze devono essere spendibili. Il sapere dev’essere spendibile. La spendibilità sembra candidarsi a diventare una sorta di categoria pedagogica facendo polarità con il suo opposto. Ma qual è il suo opposto? Cosa si intende per non spendibilità quando si parla di insegnamento e di apprendimento? Si tratterebbe qui del sapere disinteressato? Viene in mente il mondo dei greci, col suo uso disinteressato della scienza. I greci apprendevano le scienze senza porsi il problema della loro applicabilità. La loro era pura theorìa, atto speculativo del conoscere. La téchne d’altra parte poteva contare su una sterminata mano d’opera di schiavi. Solo quando l’istituto della schiavitù cominciò a ricevere seri colpi dalla morale cristiana ed il lavoro fu considerato opus Dei (pensiamo all’ora et labora benedettino) ci si pose il problema della téchne, ovvero della spendibilità delle conoscenze e delle scienze. Ma le sorti della scienza, dopo lo splendore ellenistico, si avviavano verso una fase grama.
Ma torniamo ai nostri studenti e alle nostre scuole. La spendibilità – come raccomanda l’Europa – dev’essere un connotato del sapere acquisito a scuola. Anche i nostri regolamenti dei Tecnici e dei Professionali stanno dentro quest’orizzonte, ma solo per l’area di indirizzo: “Le aree di indirizzo hanno l’obiettivo di fare acquisire agli studenti sia conoscenze teoriche e applicative spendibili in vari contesti di studio e di lavoro sia abilità cognitive idonee a risolvere problemi ecc.” (dal regolamento dei Tecnici). E’ notevole che per i Professionali invece si parli di “competenze spendibili in vari contesti di vita e di lavoro”. Lì “conoscenze teoriche e applicative”, qui “competenze”. E’ una differenza casuale? Quale accezione sta dando l’estensore del testo al termine “competenze”?
Dando poi per scontato, sempre a riguardo dei Tecnici, che tutti gli insegnanti capiscano la sottilissima differenza tra le “conoscenze teoriche e applicative” e le “abilità cognitive idonee a risolvere problemi”, va notato che il Regolamento dei Licei ignora il concetto di “spendibilità” perché i Licei non hanno aree di indirizzo. Quando l’istruzione non è indirizzata, ma è generale scompare la spendibilità. Perché? Siamo davanti ad una implicita riproposizione del sapere disinteressato di ellenistica memoria? Ma può davvero esistere un sapere disinteressato? Che vuol dire “disinteressato”? E’ pensabile un soggetto che studia per il solo gusto di studiare?
Sarebbe interessante fare un giretto tra gli adolescenti italiani e chieder loro perché stanno sui libri. Sarebbe interessante chiederlo a tre sedicenni: un professionale, un tecnico ed un liceale. I primi due, forse, non conoscono la parola “spendibile” applicata alle loro fatiche. Sperano di trovare lavoro e stop. L’altro, invece, è possibile che la conosca. E, forse proprio perché la conosce, anche lui spererà di ottenere qualcosa in cambio delle sue fatiche. Qualcuno, in classe, dovrà pur spiegargli che il suo studio è spendibile. Quell’endecasillabo, quel trimetro giambico, quelle astrusità di Spinoza gli otterranno qualcosa nella vita. Che cosa? Una prosecuzione degli studi? Una cultura generale? Una capacità di cittadinanza? Chi troverà il linguaggio, in quella classe, per spiegare anche a lui, poverino, perché deve studiare?
Chi si spenderà per questa nobile impresa pedagogica?
17.11.2009
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