L’aria che tira

DICESI LICEO

Quando un bambino è portato per lo studio, ben prima che l’adolescenza possa sparigliare le carte, si pensa che andrà al liceo. Questo generalmente avviene se il piccolo appartiene ad un contesto sociale non disastrato. Non necessariamente colto, perché le differenze sociali poi sarà la secondaria di primo grado a farle emergere, ma certamente un contesto in cui si parla anche la lingua italiana e c’è almeno un genitore diplomato. Avvenne così anche per me, tra gli anni Sessanta e i Settanta, quando frequentavo la scuola elementare. Il liceo in quell’epoca era il luogo degli allievi che erano portati per lo studio. Gli altri andavano nei magistrali e nei tecnici. Nella mia famiglia, un genitore diplomato ed uno con la licenza elementare, si realizzò la dicotomia: i miei fratelli ai tecnici, il terzogenito al liceo classico. Per uno dei tre mobilità sociale.

Quarant’anni dopo, riecco i licei, con un loro regolamento e una loro mission. Una loro identità culturale. E’ molto bello il profilo culturale di un liceale, come lo si legge nel regolamento (allegato A). Campeggia più di una volta l’aggettivo “critico”. Avere un atteggiamento critico verso la realtà. Ci pensate? Significa avere una testa che pensa e ripensa, che obietta, che immagina mondi possibili. Mondi alternativi. L’intellettuale. Il liceo è orientato verso l’attività intellettuale, declinata nei vari campi del sapere. Che poi, concretamente, guardando con attenzione i quadri orari e le discipline, si possa nutrire qualche perplessità sulla effettiva completezza di questo profilo culturale è un altro discorso. In linea di principio, sembra che il liceo abiliti ad una cittadinanza piena in virtù della sua (intrinseca?) capacità di plasmare l’intelligenza.

Voglio essere chiaro. Chi leggesse gli altri due regolamenti, quello dei tecnici e quello dei professionali, e dovesse immaginare uno studente capace di conseguire i risultati attesi in quelle scuole, avrebbe altresì motivo di compiacimento. Alcuni risultati, anche lì, sono di alto profilo. Ne cito soltanto uno, dai professionali: “utilizzare gli strumenti culturali e metodologici acquisiti per porsi con atteggiamento razionale, critico (sic!) e creativo nei confronti della realtà, dei suoi fenomeni e dei suoi problemi.” C’è qualcuno in grado di sostenere che non si tratti di un obiettivo alto? Un obiettivo da liceo? Un obiettivo di cittadinanza, di alta cittadinanza? No, nessuno potrebbe sostenerlo. Anche nei tecnici, estrapolando qua e là, si trovano perle di questo genere. Insomma, alla resa dei conti, il liceale, il tecnico e il professionale potrebbero avere, in Italia, qualcosa in comune. Ma lo si capisce solo estrapolando qua e là. Nei fatti, sono separati in casa, come a casa mia. Però anche a casa mia tra noi fratelli c’era – e c’è – qualcosa in comune. Forse occorrerebbe pensare i nostri alunni come “fratelli d’Italia”. Non sarebbe la scommessa culturale più ardita, ma anche più entusiasmante per un Paese? Qualcosa per cui val la pena sbracciarsi, investire risorse, sognare?

27.10.2009

 

 

 

 



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